Pro Loco Buonalbergo APS

Il ponte delle Chianche è il ponte romano meglio conservato fra quelli lungo il percorso della via Traiana. Si trova nel territorio comunale di Buonalbergo, in provincia di Benevento, in un fondovalle attraversato dal torrente Santo Spirito, affluente del fiume Miscano.

Era un ponte a sei archi, di cui sopravvivono tre. Deve il suo nome alla corruzione nel dialetto locale del termine plancae, che denota i basoli del piano stradale.

L’arcata ricostruita; in fondo, il muro sud-est di spalla, con i suoi contrafforti

Quasi sicuramente il ponte fu costruito sotto l’impero di Traiano assieme al resto della strada che da lui prende il nome, che conduceva da Benevento a Brindisi, seguendo probabilmente un tracciato preesistente. L’opera fu inaugurata nell’anno 109 o poco dopo.

Successivamente al crollo del primo arco da ovest, la sua luce fu otturata in modo che il ponte potesse continuare ad essere attraversato. Nel 1913 il ponte fu esaminato da Thomas Ashby e Robert Gardner, archeologi, durante il loro viaggio allo scopo di rintracciare la via Traiana. Gli studiosi, fra l’altro, segnalavano che le due arcate più ad est, le più deboli, presentavano riparazioni avvenute nel corso del tempo.

Nel 1978 fu avviato un controverso intervento di restauro del ponte: le fondamenta furono rinforzate e, fra il 1986 e il 1992, le due arcate più ad est furono interamente demolite, allo scopo di ricostruirle adoperando anche materiali moderni. Le proteste della popolazione interruppero i lavori, cosicché solo l’arcata più ad est fu ricostruita. Questo segnò la fine definitiva dell’utilizzo agricolo del ponte[10].

Il monumento da allora è parzialmente abbandonato, e giace in uno stato di conservazione precario. Ha destato particolare preoccupazione l’alluvione del 15 ottobre 2015 che ha colpito la zona: il ponte ha subito danni secondari a causa delle pietre trasportate dal torrente in piena.

(Fonte : Wikipedia)

Monte Chiodo (scritto anche Montechiodo; Montechiuovi nel dialetto locale) è una collina a nord dell’abitato di Buonalbergo, in provincia di Benevento. Raggiunge un’elevazione massima di 806 m.

In età altomedievale essa ospitava un insediamento fortificato, chiamato Montegiove che prendeva il posto di un centro preromano; rimangono evidenze archeologiche di entrambi, ma prevalentemente dell’abitato medievale.

Ai piedi della collina passa il tratturo Pescasseroli-Candela e vi è una taverna.

L’attuale nome dell’altura sembra essere una corruzione di Mons Iovis (“Monte di Giove”), nome con cui l’insediamento medievale viene chiamato nel Chronicon Beneventanum (XII secolo) in merito alla sua distruzione. La dicitura Montedigione era in effetti ancora ricordata nel tardo XVIII secolo, ma già nel XV secolo apparivano Mons Clovi e Monte Chiovi. Il secondo è quello che appare anche nei secoli più recenti, fino ad essere italianizzato nell’attuale Monte Chiodo[9].

I ritrovamenti archeologici su Monte Chiodo, sebbene perlopiù medievali, includono anche resti preromani, che fanno pensare all’esistenza di un importante insediamento sorto a controllo delle vallate circostanti. Un’annotazione poco precisa di Luca Olstenio è stata letta talvolta come un’identificazione di Monte Chiodo con il vicus di Forum Novum lungo la via Traiana; in ogni caso ciò è da escludere, anche perché il sito di Forum Novum è stato dimostrato essere altrove.

Invece una parte della storiografia ottocentesca di ambiente napoletano, insieme a quella locale, ha identificato questo centro con la città sannitica di Cluvia: la sua esistenza è nota da Tito Livio, che la menziona scrivendo delle vicende della seconda guerra sannitica relative all’anno 311 a.C.:

(LA)« Consules inter se provincias partiti: Iunio Samnites, Aemilio novum bellum Etruria sorte obvenit. In Samnio Cluviarum praesidium Romanum, quia nequiverat vi capi, obsessum fame in deditionem acceperant Samnites verberibusque foedum in modum laceratos occiderant deditos. Huic infensus crudelitati Iunius, nihil antiquius oppugnatione Cluviana ratus, quo die adgressus est moenia, vi cepit atque omnes puberes interfecit. Inde victor exercitus Bovianum ductus […] » (IT)« I consoli si divisero le province: a Giunio [Bubulco] toccarono i Sanniti, ad Emilio [Barbula] i Toscani. Nel Sannio a Cluvia i Sanniti non avendo potuto prendere il presidio Romano colla forza, lo aveano avuto colla fame; e benchè si fosse dato prigioniero, straziatolo barbaramente colle verghe, lo aveano trucidato. Giunio, irritato di questa crudeltà, posponendo tutto alla presa di Cluvia, quel dì stesso, che die’ l’assalto alle mura, se n’impadronì di viva forza e vi uccise tutti gli adulti. Di là l’esercito vincitore fu condotto a Boviano […] »
( Tito Livio, La storia romana, Volume IX, Brescia, Nicolò Bettoni, 1808, capo 31 (pp. 150-153). URL consultato il 23 aprile 2016. )

A giustificare questa assunzione è il nome Clovi/Chiovi nei documenti post-medievali, che verrebbe considerato come derivante da quello di Cluvia. Si è fatto anche riferimento ad una colonia romana che fu dedotta a Cluvia, da cui probabilmente prendeva il nome una gens; secondo Sesto Giulio Frontino, infatti, il territorio di tale colonia confinava con quello di Bojano o dei Liguri Bebiani; e ambo i casi sono compatibili con la posizione di Monte Chiodo.

Tuttavia, gli scavi archeologici non hanno restituito evidenze che l’area fosse ancora utilizzata in età romana e la storiografia moderna riconosce Cluvia nella moderna Casoli.

L’insediamento medievale di Montegiove nacque presumibilmente attorno al VI secolo, recuperando il sito preromano: analogamente a quanto accadde altrove in Europa, in questo periodo le popolazioni rurali, ormai libere da vincoli per via della disgregazione delle classi sociali di stampo romano, lasciavano le vallate per aggregarsi in villaggi fortificati sulle alture, in modo da poter contribuire alla reciproca sussistenza mentre la posizione geografica garantiva una protezione naturale dalle incursioni[16]. Monte Chiodo, che forniva una visuale diretta sul tratturo e sulla via Traiana più a sud, rispondeva bene a questo ultimo criterio, anche perché altre indagini archeologiche hanno individuato ulteriori fortificazioni sui vicini colli La Guardia e Calvello, in una posizione che consentiva la visuale reciproca[17]. La popolazione doveva vivere principalmente di allevamento di suini e produzione di legname[18].

La spianata su cui sorgeva la rocca di Montegiove.

L’insediamento fu poi consolidato nel VIII secolo, forse nel periodo in cui fu duca Arechi II: egli infatti, rafforzando il potere statale nel Ducato, incoraggiò anche la stabilizzazione delle realtà sociali. A quest’epoca sembrano risalire, infatti, i punti cardine dell’insediamento di Montegiove: il castello, la chiesa, la cinta muraria; e questo è segno che, nella vita del villaggio, i ceti sociali e i poteri locali si erano ben delineati

Nello stesso periodo, a una quota più bassa, dovette essere stata fondata Buonalbergo, che inizialmente era un villaggio di rilevanza e proporzioni più modeste rispetto a Montegiove. Ma con l’avvento dei Normanni, Buonalbergo iniziò a prevalere. A partire dal 1057 sia Montegiove che Buonalbergo erano segnalate come di pertinenza del conte di Ariano, che all’epoca era Gerardo di Buonalbergo.

Secondo quanto riportato da Falcone Beneventano, nel 1122 il duca Guglielmo II di Puglia entrò in urto con Giordano, conte di Ariano, perché questi era riuscito a ingrandire di molto i suoi possedimenti; inoltre Giordano, dopo essere entrato a Nusco dove Guglielmo si trovava, lo aveva offeso e aveva devastato la città. Così Guglielmo, trovata un’intesa con Ruggero II di Sicilia, iniziò una campagna militare contro Giordano: e il 26 giugno «a ferro, e fuoco distrusse il Castello di Monte Giove», facendo prigionieri 50 soldati.

Nel 1142 i domini normanni vennero sottoposti ad una riorganizzazione amministrativa, per cui la contea di Ariano venne soppressa e Buonalbergo divenne sede di una nuova. Il fatto che Buonalbergo avesse giurisdizione su Monte Chiodo è confermato dal fatto che quest’ultimo, nel 1414, fosse incluso nell’atto di vendita della Terra di Buonalbergo firmato dal re Ladislao I di Napoli in favore di Giosuè Guevara.

All’epoca, Monte Chiodo doveva ancora essere sede di qualche insediamento sparso: i ritrovamenti archeologici includono ceramiche dei secoli XIIXVI, e del resto nel 1483 il gran siniscalco e conte di Ariano Pietro Guevara concesse particolari esenzioni per i residenti sia di Buonalbergo che di Monte Chiovi. Fra i fattori che determinarono l’abbandono definitivo di Monte Chiodo fu probabilmente la rifondazione di Buonalbergo nel 1525, dopo che una frana aveva distrutto l’abitato.

Nei secoli successivi, fino all’abolizione del feudalesimo nel Regno di Napoli, il feudo di Monte Chiodo rimase annesso alla terra di Buonalbergo: anche se con qualche variante, infatti, i due possedimenti appaiono congiunti in atti di passaggio di proprietà del 1552, 1558, 1727.

Il sito archeologico

Fra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX, erano segnalati su Monte Chiodo notevoli resti di edifici antichi, nonché cavità sotterranee, forse un acquedotto. Non mancarono rinvenimenti di «vasi, idoletti, corniole, gemme incise», in parte raccolte dal possidente locale Domenico Perrelli.

Sono state effettuate delle ricerche archeologiche su Monte Chiodo nel 1999 e nel 2000. L’insediamento si estendeva sul versante meridionale della collina; le tracce murarie sembrano coprire una cospicua estensione, ma le indagini si sono concentrate sui resti principali, che in pochi punti superano il metro e mezzo di altezza, e sui materiali rinvenuti nei loro pressi.

Rocca

 La rocca di Montegiove sorgeva in cima alla collina, inserita nella cinta muraria dell’insediamento. La sua pianta è quella di un trapezio, con un’altezza di 53 m e la base maggiore di 35 m. Le basi sono orientate quasi in direzione W-E. Entro il trapezio, sul lato ovest, sono riconoscibili le mura che delimitano due vani. Inoltre, fuori dal lato sud, è riconoscibile la base di una torretta triangolare, che sporge per 9,5 m.

Le mura sono costruite in opera cementizia, con un paramento di blocchi calcarei tagliati dalla collina stessa. Quelli che compongono la torre sono meglio rifiniti. Le mura del corpo trapezoidale sono spesse tra 1,25 e 2 m, mentre quelle della torre sono più spesse. La porzione più consistente che sia stata scavata delle mura del corpo trapezoidale si trova sul versante ovest, e rivela la scarsa qualità della malta ivi utilizzata.

In accordo con l’età suggerita per la sua costruzione, la struttura della rocca sembra rispondere a criteri costruttivi tardoantichi o bizantini.

Chiesa

Il muro posteriore della chiesa con l’abside

I resti dell’accesso settentrionale alla chiesa

I resti della chiesa del villaggio sorgono circa 80 m a sud della rocca. La chiesa, a navata singola, è orientata in direzione W-E, trasversalmente al pendio della collina. È lunga circa 25 m e larga 9  nella parete di fondo, a est, si apre un’abside semicircolare. Il presbiterio, lungo 6 m, è diviso dalla navata tramite una transenna con un’apertura centrale.

La navata conserva una panca in muratura, che corre intorno alle sue mura perimetrali. Oltre all’ingresso principale da ovest, presenta resti di altri due laterali, posizionati asimmetricamente lungo le pareti nord e sud rispettivamente. Dall’ingresso nord, posto in un punto con un notevole dislivello fra il piano di calpestio della chiesa e quello esterno, si accede all’interno della chiesa tramite una scaletta in blocchi di pietra.

L’edificio doveva essere intonacato, come rivelano tracce sullo stipite di tale ingresso e della transenna. Le mura, spesse poco meno di un metro, si poggiano sulla roccia, in parte integrata con una fondazione; sono costruite in maniera disomogenea, mostrando esternamente conci calcarei di dimensioni variabili. Quelle dell’abside sono in opera cementizia; qui i conci del paramento, disposti in filari, sono legati con malta, similmente alle strutture della rocca.

Dalle murature pare probabile che la chiesa fosse alta almeno 7-8 metri. Il rinvenimento di abbondante materiale laterizio induce a ritenere che il tetto fosse a capriate, coperto di tegole.

I rinvenimenti ceramici nei crolli concordano con i dati storici, suggerendo che la chiesa sia stata distrutta nel XII secolo. Non vi sono tracce di utilizzi posteriori.

Cinta muraria

Le riprese dall’alto consentono di identificare l’andamento di buona parte delle mura dell’insediamento. Una porzione si dirige dalla rocca verso est; un’altra, partendo dal muro ovest della rocca, procede verso sud, discendendo il pendio della collina e descrivendo approssimativamente un arco di cerchio in modo da segnare il limite occidentale dell’insediamento; una terza, a sud-est, ricalca l’orlo del dirupo lungo il torrente Santo Spirito.

Più che visibile direttamente, la cinta muraria è segnalata dai crolli che la coprono; e solo la porzione occidentale è stata interessata da saggi di scavo nel 2000. Il muro è spesso fra i 140 e i 180 cm, molto degradato in alcuni punti, in altri conservato per un’altezza fra i 40 e i 60 cm. A nord-ovest della chiesa dell’insediamento è stata individuata una porta carraia (ampia 320 cm). Più a sud, quasi esattamente a ovest della chiesa, il muro si interrompe di nuovo per dare spazio a un lastricato, costruito incastrando fra loro grossi blocchi di pietra irregolari, che sembra dirigersi proprio verso l’edificio sacro.

Alcune parti della cinta furono elevate su resti di mura preromane, costruite con blocchi squadrati più grandi, e leggermente più spesse del muro medievale (attorno ai 180 cm). Si conserva una porzione del muro antico, lunga circa 13 m e alta circa 45 cm, quasi esattamente a sud-ovest della chiesa; un’altra, deformata, si trova poco a sud del lastricato.Tali mura dovevano anch’esse far parte di una fortificazione.

A sud dei resti di un edificio quadrangolare (vedi sotto) è stata scavata un’altra porzione di cinta muraria, su cui sono appoggiati dei muretti più sottili.

 

La taverna

La taverna vista dal tratturo

Ai piedi di Monte Chiodo, a sud di esso, passa un’importante via direttrice della transumanza, già a partire dall’antichità preromana. Con il riordino voluto da Alfonso V d’Aragona nel 1447, essa fu inserita come parte del percorso principale del Regio Tratturo n. 7, che conduceva da Pescasseroli a Candela. Probabilmente fu insieme a questa opera di istituzionalizzazione delle vie della pastorizia che furono impiantate delle taverne lungo il percorso. Questi luoghi erano i punti in cui veniva riscosso il pedaggio, poi abolito entro la fine del XVIII secolo; inoltre erano luoghi di sosta e ristoro, probabilmente rivolti non ai pastori ma alle altre categorie di viaggiatori lungo il tratturo.

La taverna di Monte Chiodo è un edificio privato di proprietà di Marzio Perrelli a due piani, posto poco oltre la confluenza di un percorso proveniente da Benevento nel tratturo principale.È costruito quasi interamente in pietra calcarea: su un basamento in grossi conci lavorati si ergono le mura, costituite da blocchetti grezzi.

La facciata è delimitata da due torrette circolari ai lati. Il portale, ad arco ribassato, è centrato fra due finestre. Al piano superiore, in corrispondenza, è una piccola loggia a tre arcate, con un balconcino lievemente sporgente, compresa fra due finestre corrispondenti a quelle del piano inferiore. Una cornice separa visivamente i due piani. Il portale e le finestre del piano terra, in facciata e ai lati, sono contornati tutti con conci lavorati.[48]

L’androne al piano terra, immediatamente oltre il portone, presenta una fonte con una vasca in pietra sul lato destro. A sinistra dell’androne erano le cucine, mentre a destra sono le scale per accedere al piano superiore, ove si trovavano le camere. Dietro al corpo principale dell’edificio sono poste delle stalle.

A fine XVIII secolo veniva segnalato che il tariffario per il passaggio era inciso sul lato opposto di un’iscrizione romana mutila, prelevata presso il ponte delle Chianche, che commemorava alcuni lavori di restauro della via Traiana.

La taverna fu abbandonata verso gli anni 1950 o 1960 insieme al tratturo. Nei primi anni 2000 è stata sottoposta ad un restauro, che fra l’altro ha riaperto gli archi della loggia, precedentemente otturati. Tali lavori hanno però determinato anche un crollo parziale dell’edificio, che poi è stato ricostruito fedelmente.

Palazzo Angelini – Centro Congressi e di Arte

Il progetto nasce dalla volontà di creare uno spazio innovativo, luogo di aggregazione destinato all’ occupazione e al lavoro attraverso la produzione di cultura, sperimentazione, innovazione e sviluppo delle nuove tendenze artistiche giovanili.
Da qui la necessità di rigenerazione del territorio in una prospettiva di sviluppo locale inteso, soprattutto da un punto di vista culturale utilizzando l’Arte intesa come dialogo tra passato e futuro, promuovendo e favorendo azioni culturali in sinergia con gli Enti e Associazioni locali. Spazio comune e fonte di inspirazione artistica che avrà come obiettivo finale la promozione di forme di partecipazione diverse per attitudine e caratteristiche, progetti condivisi finalizzati ad esperienze di lavoro uniche, laboratori aperti al pubblico, incontri, mostre periodiche e stagionali, creazioni che mirano alla mescolanza e alla contaminazione di più linguaggi espressivi differenti per caratteristiche e target di riferimento.
Questo nuovo modo di “fare Arte“ sarà un nuovo ed importante strumento per rileggere la realtà.

 

 

Progetto sociale “Presta il tuo volto” Jorit a Buonalbergo

L’evento “Presta il tuo volto” da una idea del Maestro Giuseppe Leone e promosso dalla Pro Loco Buonalbergo in collaborazione con il Palazzetto delle Arti FortoreSannio, è iniziato il giorno 7 Agosto presso “Cascina Panari” con la presenza dell’artista Jorit Agoch.
L’iniziativa ha visto coinvolto il famoso Street Artist nella realizzazione di un’opera d’arte dipinta a mano su muro del Centro Storico completata ad aprile 2018 ed ha immortalato due personaggi della nostra storia Boemondo e Alberada da Buonalbergo, ma in una veste decisamente insolita.

Due i volti : Boemondo e Alberada di Buonalbergo prestati dai due sanniti doc sorteggiati lo scorso 25 marzo sono di Mariangela Gambarota e Francesco Saviano.

Tecnica, colore ed Arte su una “tela di cemento” che donerà allo spettatore una fotografia antropologica del passato, racconterà il legame della comunità alla propria identità legata indissolubilmente alla tribù umana, concetto a quale Jorit lavora da tempo lasciando traccia indelebile di sé, in tutto il mondo.

Per visite al murales Jorit da Palazzo Angelini da Via Roma nei giorni ed orari di apertura

Comune di Buonalbergo : Tel. 0824 929067 – 929588